7 gennaio 2026
Alle ultime Politiche l’affluenza al voto è stata del 64%.
Nelle ultime elezioni a carattere nazionale svoltesi in Italia (le Europee del 2024) si è fermata al 50%. Secondo tutti i sondaggi nelle prossime Politiche ben difficilmente si andrà oltre il 55-56% di partecipazione.
La rappresentatività del Parlamento – già intaccata dall’elevata astensione e dalla impossibilità per gli elettori di incidere sulla determinazione degli eletti, non essendo previsto il voto di preferenza ed essendo gli attuali collegi uninominali sostanzialmente fittizi a causa delle loro esorbitanti dimensioni e dell’assenza del diritto di voto disgiunto – subirebbe un colpo ferale se il sistema elettorale nazionale prevedesse l’applicazione di un meccanismo eccessivamente manipolativo in sede di trasformazione dei voti in seggi.
Il governo e la maggioranza di centrodestra sembrano volersi muovere esattamente in questo senso.
Il progetto di assegnare il 55 o 60% dei seggi (questa la “forchetta” che emerge dalle indiscrezioni di provenienza governativa) alla coalizione che arriva prima, purché questa abbia raccolto almeno il 40% dei voti validi, nelle attuali condizioni concrete della partecipazione politica all’interno del nostro sistema democratico significa “drogare” fuori misura, e con un intervento tutto dall’alto, la conversione dei voti in seggi.
Significa cioè affidare tre quinti o quasi del Parlamento a chi, numeri alla mano, rappresenta meno di un quarto del corpo elettorale (il 40% del 55% fa 22%).
Mettere in campo un’operazione che consente di distorcere in maniera così pesante la rappresentatività del Parlamento significa collocarsi in contrapposizione non solo alla logica e al senso di responsabilità, ma anche porre le condizioni per distorsioni abnormi della rappresentatività, quando invece è noto che in un sistema elettorale sano il perseguimento della stabilità governativa non può mai portare a un sacrificio eccessivo della rappresentatività delle assemblee elettive, a maggior ragione in contesti nei quali la rappresentatività stessa già risente in negativo della presenza di elevati tassi di astensionismo.
Le due esigenze della rappresentatività e della governabilità devono stare in equilibrio. Nella proposta genericamente prospettata dal centrodestra non lo sono affatto.
E a nulla serve l’argomento che l’attribuzione di un premio di maggioranza potenzialmente assai elevato già è prevista per la composizione dei consigli regionali.
Nessun paragone può farsi tra Parlamento e consigli regionali. Il Parlamento è un organo legislativo costituzionale sommitale e detiene tutta una serie di poteri fondamentali (elezione del Capo dello Stato, dei giudici costituzionali, approvazione a maggioranza assoluta delle leggi di revisione costituzionale) che sono preclusi alle assemblee legislative regionali (e ancor più ai comuni). La potestà legislativa delle regioni è limitata dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. Quella del Parlamento solo dalla Costituzione, e da ciò deriva una capacità di incidere sui diritti civili e politici che è propria del Parlamento e che nessun altro livello istituzionale può esercitare.
È perciò evidente che a livello locale il rapporto tra governabilità e rappresentatività si pone in maniera del tutto diverso rispetto a quanto succede a livello statale.