È mia ferma opinione che occorra partecipare con uno sguado ampio e profondo al dibattito sui rischi generati dall’inaccettabile Melonellum, la nuova legge elettorale proposta dal centrodestra. Le nostre valutazioni sulla “filosofia del potere” sottostante a quel marchingegno, e la nostra lotta politica contro tale visione, debbono tener conto anche di uno scenario nazionale e internazionale nettamente diverso da quello di dieci o quindici anni fa. In particolare, rispetto al 2015-2016, sono notevolmente mutati in peggio gli elementi di fondo sui quali poggiare un giudizio sulla opportunità o meno di utilizzare per la formazione dei Parlamenti nazionali sistemi elettorali che tramite il conferimento al vincitore di un elevato premio di maggioranza traducono i voti in seggi parlamentari distorcendo robustamente la volontà popolare. Peraltro in un contesto in cui, in generale, l’affluenza al voto tende a scendere (in Italia fu del 75% nel 2013, è stata del 64% nel 2022 e secondo tutte le stime sarà sotto il 60% nelle elezioni del prossimo anno). Il mondo di prima del 2016 era un mondo diversissimo rispetto a quello emerso nell’ultimo decennio. Ormai da anni viviamo in un contesto segnato dalla crisi globale della democrazia, dall’avanzare di pericoli autoritari e autocratici, dalla crescita a ogni latitudine degli estremismi e della polarizzazione politica e sociale. Tutti fattori, questi, che rendono assai deprecabile il ricorso a sistemi di voto potentemente distorsivi, suscettibili di favorire l’instaurarsi di un grado troppo alto di concentrazione del potere nelle mani della maggioranza e del governo pro tempore, producendo uno scivolamento dalla democrazia alla capocrazia.
Per comprendere la fondatezza di questa riflessione è del resto sufficiente dare una rapida occhiata a come si è trasformato nell’ultimo decennio il panorama politico in alcuni Paesi-simbolo europei e non europei.

In Italia nelle elezioni politiche del 2013 gli eredi del Msi presero il 2% e la Lega il 4%. Alle Europee del 2019 la Lega arrivò al 34%. E alle politiche del 2022 Fdi è arrivato al 26%. In parallelo Forza Italia, vale a dire la componente moderata del centrodestra, è scesa dal 21% di tredici anni fa all’8% di oggi.
Nel 2015 Vox, emblema del post-franchismo spagnolo, aveva lo 0.2%. Alle ultime elezioni politiche (2023) ha ottenuto il 12%, e nei sondaggi è ora data al 18%.
Nel 2016 l’Afd era fuori dal Parlamento tedesco perché non aveva raggiunto la soglia del 5% nelle elezioni federali di tre anni prima. Alle ultime elezioni (2025) ha sfiorato il 21% ed è diventata la seconda forza politica del Paese, e nei sondaggi è da tempo indicata come di gran lunga il primo partito della Germania: è stimata al 29% contro il 21% dell’Unione Csu-Cdu e con più del doppio dei voti in confronto a Spd e Verdi.
Alle elezioni del 2015 nel Regno Unito l’ultradestro Nigel Farage raccolse lo 0.2% dei voti. Alle ultime elezioni (2024) è arrivato al 14% e oggi tutti i sondaggi lo danno primo partito dell’Uk quotandolo intorno al 25%. Prima del 2016 non avevamo in mezzo a noi né Trump, né Bolsonaro. Oggi Trump è presidente per la seconda volta e il figlio di Bolsonaro sarà con ogni probabilità lo sfidante di Lula nel ballottaggio delle presidenziali del prossimo autunno. Netanyahu c’era ma non era così efferato e autocratico com’è oggi. Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir erano già estremisti di destra e fascisti, ma non erano, come sono invece sono ora, né ministri né arbitri della vita parlamentare israeliana. Si potrebbero citare molti altri esempi. Ma quelli richiamati paiono già più che sufficienti a legittimare la tesi esposta all’inizio di questa mia breve nota.